Perché i giovani non lo frequentano più? Una lettera aperta.
Ogni volta che vado a Teatro mi dico che dovrei tornarci più spesso. Puntualmente finisco per disattendere quest’idea, fino alla volta successiva, quando il pensiero ritorna in mente tale e quale.
Di solito riesco ad andare a teatro quando mi invita qualcuno degli attori e capita di essere libero: mi trovo spesso in questi casi a essere tra i più giovani in sala, che è riempita per lo più da persone coi capelli bianchi. Perché? Come si è inceppato questo meccanismo? Perché i ragazzi e le ragazze non vanno più a teatro?
Mentre mi trovo nell’attesa dell’inizio dello spettacolo, a cui tendo ad assistere da solo in una rassicurante domenica pomeriggio, mi perdo in queste riflessioni, fino al momento in cui mi trovo a parlare con delle simpatiche signore anziane: ciò che ammiro di più di queste è la grande esperienza che hanno, avranno assistito a centinaia se non migliaia di spettacoli, hanno gusti stratificati, una passione genuina e molto spesso un ampio raggio di performance a cui partecipano con gioia.
Spesso mi soffermo a guardare i cartelloni di fronte alla biglietteria, le locandine e i manifesti conservati mentre mi sorseggio un amaro, mi ci vedrei quasi a fumare la pipa se avessi questo vizio. “Enrico IV. Questo è l’ultimo spettacolo di Salvo Randone, aveva quasi ottant’anni, era un grandissimo attore” mi fa una signora; apprezzo il fatto che quelli che per me sono solo nomi, per lei corrispondano a volti, scene, rappresentazioni. “Mamma mia, si torna giovani a vedere questi” con lo sguardo rivolto verso la parete. In fondo questa è una caratteristica del teatro italiano fin dai suoi albori: Romeo e Giulietta avevano 16 anni secondo l’opera di Shakespeare, ma il protagonista è sempre l’attore più famoso nelle compagnie italiane, possa anche avere anche la pancia e la barba bianca.
In Italia si va a guardare uno spettacolo per l’attore o gli attori coinvolti, è così da sempre, fin dalle compagnie girovaghe della commedia dell’arte. Non ci sono compagnie residenti che hanno tanti spettacoli in cartellone così come non ci sono mesi di programmazione come nelle realtà americane o inglesi. Ma non è questa una caratteristica che è cambiata rispetto all’epoca d’oro del teatro contemporaneo, quando i grandi attori e attrici calcavano i palchi di tutta Italia, con adattamenti od opere originali, quando si passava dal teatro alla televisione o il cinema e non viceversa.
Nella grande stagione degli sceneggiati Rai la messa in scena e le interpretazioni erano molto teatrali, ma il fatto che si potesse guardare uno spettacolo comodamente in salotto non impediva alle persone di frequentare i teatri. Sarà una questione di costi? Non proprio. “Prima costava di più, era per pochi, ma ci andavamo spesso” mi ha detto sempre la signora di prima; in effetti è vero, 3500 Lire nel 1975 erano tanti soldi, o comunque una cifra non da poco, oggi un’opera di due ore costa più o meno come uno spritz in centro a Firenze.
Non è il prezzo l’ostacolo principale, così come non lo è avere in mano lo smartphone, youtube e decine di servizi di streaming on demand.
Eppure ogni scuola porta i ragazzi e le ragazze a teatro: organizzano le proiezioni mattutine, i laboratori pomeridiani, introducono gli spettacoli fin da bambini per poi andare ad approfondire, magari con percorsi facoltativi, fino al termine dell’obbligo scolastico. C’è chi ci si appassiona, ma la moltitudine si perde.
Per una volta vorrei evitare di raccontare le storture del sistema-Italia, in materia di produzioni, agenzie, soldi che vanno e vengono, lavoratori mal pagati, fondazioni, associazioni, mancanza di incentivi o l’esatto contrario, ovvero quando la rappresentazione è coperta da fondi ministeriali quindi nessuno ha interesse a portarla in giro oltre il minimo sindacale e così via. Il problema è soprattutto di pubblici, che non si cercano con la dovuta insistenza.
Ricordo anni fa la stagione teatrale di un comune nelle mie zone (preferisco non fare nomi), che era di 8 spettacoli: il teatro era completo per più dell’80% da abbonati, la gran parte dei quali erano persone coi capelli bianchi che rinnovavano di anno in anno. Per chi voleva scegliersi uno spettacolo qualsiasi erano riservate le ultimissime file o i posti etichettati “con scarsa visibilità”. Sia mai che a qualcuno fosse venuto in mente di proporre delle repliche il giorno successivo, quando i costi sono abbattuti e una volta allestito anche metà sala sarebbe sufficiente per un incasso decente. No, le agenzie non lo permettevano. Io che sono sempre curioso e anche un po’ rompip*lle, andavo certe volte a vedere se questi spettacoli erano in tourneé e molto raramente si trattavano di rappresentazioni con decine di date in lungo e in largo, più probabilmente all’attore paracadutato da chissà dove si appioppava uno spettacolo con la speranza che portasse un po’ di gente, dopodiché perché non fregarsene di rischiare una sera in più?
Il dito, però, lo punto anche nei confronti degli spettatori: quanti si sono lamentati durante il lockdown “oh miseria, hanno chiuso i teatri”, ma quando mai ci andavano prima? Quanto spesso ci sono andati da quando sono riaperti?
Ecco, la magia del palco, lo spettacolo unico e irripetibile, che per definizione è ogni volta diverso, l’interazione tra attori e attrici, le facce, le smorfie, le voci, il rumore dei passi, le quinte e tutto ciò che ci sta dietro.
Ogni volta che vado a teatro mi dico che dovrei andarci più spesso; magari ora che l’ho scritto e pubblicato ci riesco davvero.
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*forse non si è capito l’ironia, non ce l’ho con gli anziani, anzi li ammiro perché sostengono questa forma d’arte; semmai ce l’ho con i giovani che se ne fregano e potrebbero un giorno non godere di tutta questa meraviglia.
